Paolo Dorigo, 2004 (Spoleto)

NOTA SUI MITI ED IL PATRIMONIO IDEOLOGICO DEL M.C.I NEL XX SECOLO

È sempre sbagliato mitizzare un militante comunista. Nessuno, nemmeno il più grande dirigente, è immune da errori. Siamo uomini e donne. Nel comunismo, a seconda della lingua, diremo siamo donnne e uomini, o we are men and women,  in ordine alfabetico.

Mitizzare i prigionieri rivoluzionari, e nascondere le loro deviazioni (di cannibalismo politico e personale, per esempio), è sbagliato.

Del resto in Italia si continua, sbagliando, a mitizzare Stalin e ad avere fastidio per Mao Tse-Tung, da parte di molti “comunisti” che sbagliano analisi generale e quindi non colgono gli insegnamenti universali dell’ultimo grande rivoluzionario vincente della Storia sino ad oggi.

Su Stalin, Mao diceva “in Unione Sovietica coloro che un tempo avevano portato alle stelle Stalin, ora di colpo lo hanno cacciato all’inferno.  Da noi c’è gente che segue le loro orme.  Il Comitato centrale del nostro partito sostiene che gli errori di Stalin ammontino solo al 30 per cento del totale e i suoi meriti al 70 per cento e che tutto sommato Stalin resta un grande marxista.  È basandoci su questa valutazione che abbiamo scritto l’articolo A PROPOSITO DELL’ESPERIENZA STORICA DELLA DITTATURA DEL PROLETARIATO. Questa valutazione del 30 per cento di errori e del 70 per cento di meriti è complessivamente giusta.” Stalin ha anche “commesso un certo numero di errori a proposito della Cina” , errori, precisa Mao Tse-Tung,  sia di appoggio al deviazionismo di sinistra sia verso il carattere della guerra di liberazione antigiapponese,  ossia ha interferito malamente con la situazione di un altro partito comunista e di un altro popolo (un po’ come da anni ed anni fanno certi autentici –per errore- e certi sedicenti –per tradimento-  rivoluzionari sulla situazione nelle Ande, combattendo con il silenzio o la diffamazione il Partido Comunista del Perù e l’Ejercito Popular de Liberacion del Perù guidato dalla quarta spada del marxismo in terra andina, dal pensamiento gonzalo).

Stalin, dice ancora Mao in “Sui dieci grandi rapporti”, “quando risultammo vincitori, sospettò che si trattasse di una vittoria del tipo di quella di Tito e nel 1949 e 1950 esercitò su di noi fortissime pressioni. Ma noi riteniamo lo stesso che gli errori di Stalin siano il 30 per cento e i meriti il 70 per cento.”

D’altronde, nel 1957 Mao precisò, ad un solo anno dal nefasto XX Congresso krusceviano, che sulla questione di Stalin il PCC ed il PCUS avevano idee molto diverse: Kruscev “ha talmente deformato la figura di Stalin che noi non siamo d’accordo. L’ha screditato fino a un punto inaccettabile !  La faccenda non riguarda solo il paese, ma anche gli altri. Da noi, nella piazza Tien An Men” (la stessa dove poi gli affossatori di Mao e della rivoluzione culturale massacrarono nel 1989 operai autonomi e studenti che rivendicavano il comunitarismo e la linea proletaria nel Partito, ossia la democrazia proletaria –e non certo quella borghese-) “è ancora appeso il ritratto di Stalin: questo corrisponde alle aspirazioni dei lavoratori di tutto il mondo e sta a dimostrare le nostre divergenze di fondo con Kruscev. Nel giudizio da dare alla figura di Stalin, bisognerà pure distinguere tra il 70 e il 30 per cento !  … Non è detto che questo rapporto sia esatto, gli errori potrebbero anche rappresentare solo il 20, o il 10, o qualcosa di più del 30 per cento.  Ma in definitiva, i suoi merti costituiscono l’aspetto principale, mentre i difetti e gli errori sono quello secondario.” E iniziava poi (in Essere promotori della rivoluzione) a criticare Kruscev, per altri motivi: ma non poteva farlo tutt’a un tratto, il prestigio del PCUS era ancora enorme, ed i dirigenti cinesi spesso formati alla scuola di Mosca, con una reverenza particolare per i fregi della direzione (di qui le critiche che inizia a riversare sulle linee opportuniste nel partito –1957-1959, compiendo altri passi verso la messa sotto accusa dei quadri dirigenti opportunisti sin dal 1966 a livello di massa con la grande rivoluzione culturale proletaria–).

Del resto nessuno è perfetto, e Mao nel periodo oramai senile e dopo il tradimento di Lin Piao, dovette controbilanciare nel suo grande Partito e paese, gli effetti nefasti di quel  complotto, e, nello stesso momento in cui apriva diplomaticamente agli americani per favorire la loro fuga dall’Indocina, riammetteva il revisionista Deng Tsiao-Ping nei ruoli dirigenti.  Mao in questo sbagliò, anche se lo fece per cercare di fermare lo scontro forse troppo acuto tra la sinistra operaia studentesca militare e popolare della grande rivoluzione culturale proletaria da una parte e le aree del partito più conservatrici dall’altra. Ma sbagliò, perché furono proprio i revisionisti di Deng Tsiao-Ping e Hua Kuo-Feng ad imprigionare la compagna Chiang Ching e gli altri compagni operai rivoluzionari che avrebbero dovuto costituire il centro dirigente del Partito dopo la sua morte.  Tuttavia il suo errore fu favorito anche dalla circostanza che Chou En-Lai pure morì in quello stesso anno e quindi gli equilibri interni al partito stavano saltando, viceversa forse la Storia sarebbe stata meno infame.

Se, da rivoluzionari maoisti quali siamo nella comprensione storica ed analitica corretta della situazione attuale, dovessimo stimare gli errori di Mao, non potremmo essere più inclementi di un 10 per cento, il che per un dirigente di un paese grande come la Cina assurge alla massima esperienza rivoluzionaria dell’Umanità sino ad oggi.