IV. DELLA BARBARIE IMPERIALISTA

Non si può impedire il prodursi del cambiamento: quelli che

commettono degli atti di aggressione contrari agli interessi

del popolo vanno inevitabilmente a subire la sconfitta.”

MAO TSE-TUNG, 22 agosto 1964



Sessant’anni dopo Hiroshima e Nagasaki, quali siano le forme e le “tattiche” militari degli USA e a quali risultati abbiano precipitato i paesi oggetto dei loro interventi, è noto ed è oggetto di molte recenti attenzioni, non principalmente borghesi se è vero che il movimento di resistenza alle politiche imperialiste USA ha trovato una sua espressione di maturità nelle giornate di Mumbai con l’obiettivo più volte rivendicato della lotta mondiale contro le basi militari, aeree, navali, missilistiche, all’estero.

Circa le basi militari americane, vorrei fare delle piccole precisazioni sulla loro reale natura. Contrattate dal regime democristiano sulla base della teoria della minaccia costituita dal blocco dei paesi socialisti (base ideologica della istituzione del corpo segreto di Gladio e degli altri servizi deviati) e dalla stessa Repubblica Federale Popolare della Jugoslavia, le basi militari americane in Italia hanno costituito sin dall’inizio una minaccia alla pace nel Mediterraneo, ma anche il crocevia di molteplici trame di potere e tentativi golpisti. Porta aperta per gli stragisti fascisti, primi a diffondere le droghe pesanti nelle città venete, basi di partenza di avventure militari distruttive verso popoli lontani, sede di elaborazione di strategie controrivoluzionarie, sono state anche le sedi logistiche di diversi atti di guerra contro il nostro paese, dalle coperture agli esecutori della strage di Piazza Fontana, dalla strage di Ustica (caso che ora si apprende gli USA per bocca dell’ambasciatore Peter Secchia chiesero a Craxi di dimenticare, e che è costato numerosissimi strani suicidi di ufficiali e militari), alla strage del Cermis, alle bombe a grappolo sull'Adriatico nei viaggi di ritorno dalla Jugoslavia dei cacciabombardieri americani, per la quale non vi sono alla fine colpevoli ma solo ufficiali in carriera allontanati dall’Italia, sino ai quotidiani episodi che, dal Veneto alla Campania, vedono le scorribande di questi marcantoni sbronzi e violenti contro giovani, coppiette, inermi cittadini, fino agli episodi di violenza carnale, ed incidenti stradali mortali, tutte “minuzie” che in Italia, come in Corea e Giappone, Portorico e Kosovo, Somalia ed ovunque nel mondo, questi “soldati” non sono tenuti a pagare nei territori di occupazione. Figuriamoci poi cosa sono capaci di fare oggi in Iraq ed Afghanistan, senza dimenticare stragi di massa come quella della prigione di Mazar i-Sharif nel 2001.

Meno noto è l’uso di forme di tortura atte a leggere il pensiero ed individuare la “veridicità” delle non certo volontarie risposte dei torturati attraverso sofisticati scanner cerebrali e sostanze paralizzanti ed alteranti l’equilibrio psicologico (non più il solo Pentotal e sostanze simili, ma anche il Succinile Coline Colide-SCC) dei prigionieri, mentre è palesemente nota ma non oggetto di interventi dell’ONU la condizione di decine di migliaia di cittadini arabi ed islamici, uomini donne anziani e bambini, in carceri, caserme, ed in autentici campi di concentramento, da quelli “in loco” (Afghanistan, Iraq), a quelli ubicati in paesi “amici” (spesso in Africa e Medio Oriente) lontani dagli sguardi dei giornalisti, a quelli più noti delle Maldive e di Guantanamo. Oltre a quelli (stimati in circa 5.000) prigionieri cittadini americani di varie nazionalità, detenuti senza processo né diritto alcuno. Il tutto in nome del “diritto di guerra” che gli U.S.A. considerano estensibile ad ogni cittadino del mondo, anche dei paesi occientali, del resto spiati dalla rete già Echelon (Sigint) e da strumenti di controllo mentale selettivo su singole persone (estensione della tecnologia del controllo mentale e della lettura del pensiero attraverso strumenti satellitari di puntamento o semplice diffusione dell’installazione di chip sottocutanei sulle persone durante operazioni in anestesia totale grazie alla corruzione di medici e chirurghi ?). Diritto di guerra che un tribunale USA nel trattare il caso di un prigioniero rivendica i poteri di guerra all’esecutivo centrale e la negazione del diritto al riesame delle condizioni dei prigionieri fatti “sul campo di battaglia” nei conflitti oltreoceano, che deve “tener conto” delle esigenze nazionali “in tempo di guerra”. Le stesse con le quali si fucilavano per insubordinazione i contadini sul Piave e sul Carso nel corso della prima guerra mondiale.

Prigionieri di guerra e cittadini sequestrati direttamente dai nazisti ben noti (ed in grado di influenzare direttamente persino le trame delle fiction in materia di Hollywood) della CIA e dell’Esercito USA, ma anche da parte di strutture poliziesche “amiche” (fino alla partecipazione alle sedute di tortura a Guantanamo da parte di poliziotti Digos milanesi !) come l’Egitto, ad esempio.

E pensare che solo dieci anni fa gli USA sostenevano ancora, direttamente o indirettamente ed anche attraverso la CIA, (così come il gruppo stragista e provocatore UNITA di Savimbi in Angola), sia il gruppo di Bin Laden sia altri movimenti armati islamici, in funzione anticomunista, da nord Africa all’Afghanistan.

A questo quadro di illegalità e crimini di guerra eretti a legge universale del Kapitale, caratterizzato come significativo passaggio dal criminale mercanteggiamento con il nuovo regime filo-imperialista di Belgrado della consegna del Presidente della Repubblica Federativa di Jugoslavia, Slobodan Milosevic al “Tribunale dell’Aja”, “competente” sulla RFSJ ma non sugli USA, che possono ora dirsi intangibili persino per i crimini contro l’Umanità, (e ciò allo scopo di evitare imbarazzanti Tribunali di Norimberga e a rendere sterili iniziative tipiche del periodo della guerra del Vietnam come i Tribunali Russell), l’Italia fascistoide della “Casa delle Libertà” (e dei passati bombardamenti NATO accolti dai DS) ha dato il suo contributo attivo, spesso con la comprensione, l’appoggio o l’astensione della “sinistra” borghese. Si è arrivati così ai “caduti di Nassiriya”. Nel rispetto di quale diritto internazionale i carabinieri italiani consegnano agli angloamericani (che li uccidono anche a calci e non solo con lunghe sedute di tortura psicofisica e tecnologica) i prigionieri (come anche i militanti comunisti del Partito Comunista Operaio dell’Iraq che sono stati prima aggrediti da militanti islamici e poi arrestati dai carabinieri italiani), incappucciati ed ammanettati con fascette di plastica, tenuti in segrete, in sotterranee, in container, in carceri ammassati come bestie, o in gabbie di isolamento senza protezione dalle intemperie come a Guantanamo, in un significativo revival di ispirazione nazista, come fossero animali da condurre al macello ?

Tutto questo agli imperialisti non interessa, come non interessava ai tedeschi ed agli inglesi fare regolari processi ai “boxer” cinesi cui mozzavano le teste cento anni fa. Ma almeno lì, li uccidevano senza violentarli nell’anima più che con la morte. Oggi il grado di mirata sofisticazione tecnologica atta all’annientamento individuale, raggiunto dall’imperialismo americano, in questo apice di barbarie selettiva raggiunto con le torture del controllo mentale, tale da aver ammorbato e svuotato completamente di significato il residuo senso civile delle società borghesi (ben oltre le vendette sanguinosissime e classiste di Versailles 1871, San Pietroburgo 1905, Berlino 1919, Shangai 1927, Spagna 1939, Algeri 1958, Giakarta 1965, Santiago 1973, tanto per citare alcuni passaggi salienti della violenza della borghesia sul proletariato sul piano storico), è talmente esteso a livello mondiale da un insieme di gangli di controllo repressivo preventivo controrivoluzionario, da imporre persino ai sindacalisti della “sinistra”, quale primo “punto” discriminante delle loro adesioni alle manifestazioni contro la guerra, il “no al terrorismo”. Con ben scarsi risultati (la manifestazione di consenso all’imperialismo ha avuto ben poco successo, l’altra ha visto la contestazione di base allo “statista” Fassino) poca coerenza politica e storica, però, perché dipendono sostanzialmente tutti dall’attuale dominio terrorista USA.

Il grado di barbarie raggiunto dall’imperialismo occidentale è tale oggi che senza la scomparsa definitiva dei partiti sorti dalla IIa Internazionale e dei partiti revisionisti allineatisi a Mosca all’epoca della rottura nel Movimento Comunista Internazionale dei primi anni ’60, non sarà possibile ridare spazio politico alla classe operaia ed al proletariato rivoluzionario, nei paesi imperialisti. L’hanno capito così bene i nemici del popolo, di non avere più nulla a che fare con la centralità dello scontro di classe tra classe operaia e borghesia (a cui appartengono in grande maggioranza a parte un residuo ceto operaio sindacalizzato in pensione) che, per esempio in Italia, laboratorio politico di anticipazione fuori da ogni limite di immaginazione storico, il Partito “comunista” del traditore Togliatti e del poliziotto Pecchioli è diventato prima Partito Democratico della Sinistra, ora Ulivo - Democratici di Sinistra, e presto Partito Democratico in stile yanlee.

Questo grado di barbarie non interessa agli imperialisti perché nessuno, e tantomeno chi detiene il potere economico, politico, militare, può permettersi il lusso politico di tornare indietro dal piano di scontro storico su cui l’Umanità e la sua classe di avanguardia, la Classe Operaia ed il Proletariato mondiale, si dispone oggi contro la borghesia imperialista.

Per questo oggi gli USA conducono la stessa politica che condusse Hitler in Polonia e Cecoslovacchia, ossia una guerra folle (da ricovero coatto in clinica psichiatrica per chi la scatena e gestisce) di conquista del mondo “nemico” identificato negli stessi termini delle crociate con il “male”, con la sola differenza che gli enormi mezzi tecnologici a disposizione permettono all’imperialismo odierno di condurre guerre di aggressione (ben al di fuori delle proprie aree di influenza storiche) i cui costi in termini umani e finanziari per l’aggressore sono di molto inferiori a quelli pur pagati dal nazismo, e quindi molto meglio compensati dal bottino. Peraltro, oltre a non rispettare i diritti dell’uomo e le convenzioni sui prigionieri di guerra, gli USA, sul piano economico e sociale ambientale, violano palesemente e negano il riconoscimento degli accordi internazionali in tema di ambiente (Kyoto), e fanno d’altronde una politica di allarmismo tale per cui il Pentagono, che ha competenze ufficialmente militari, si sforza di “far sapere” al popolo americano i rischi catastrofici del prossimo futuro, allo scopo di ampliare “culturalmente” la concezione della necessità della “sicurezza” nell’opinione pubblica onde anticipare future mosse militari a sfondo “ecologico”. Non a caso la critica alla “globalizzazione” esprime anche contenuti specifici sul disprezzo totale delle maggiori potenze economiche verso il diritto naturale, evidenziando le politiche di commercializzazione selvaggia persino dell’acqua e dei componenti genetici, e le politiche di riaccaparramento delle terre che non sono portate avanti solo dai coloni sionisti ma anche dai nostri magnati (ne sanno qualcosa Benetton e gli indiani Mapuche).

Il realtà la politica di disprezzo per l’ecosistema mondiale e di interessato impedimento ai nuovi orizzonti nelle risorse energetiche, che vedono associati i governi angloamericani e le multinazionali petrolifere ed automobilistiche, offrono ulteriori “motivazioni” a queste frazioni dominanti del capitale industriale e delle frazioni di capitale finanziario cui sono legate da vincolo mortale, verso la riconquista di aree di interesse strategico come l’Iraq (aggredito e sfruttato sin dagli anni ’20 da questi clan economici), il Venezuela (cui si vuole impedire una politica economica ed internazionale autonoma), l’Afghanistan (ove la CIA operò attraverso i gruppi come i talebani allo scopo di sottrarlo all’influenza dell’Unione socvietica), ecc.

Del resto per il proletariato rivoluzionario la questione è diversa eticamente e per i valori certamente non stragisti di cui è portatore, e per la prospettiva di liberazione dell’Umanità in cui si pone ogni iniziativa rivoluzionaria.

Storicamente, se per il proletariato rivoluzionario non è possibile eludere il livello di scontro su cui si è attestato il conflitto di classe (ma forse possiamo dire che sia oggi sostanzialmente peggiore o diverso qualitativamente da quello posto al giudizio della Storia dalla Comune di Parigi e dalla repressione feroce che ne seguì ?), né porsi al di sotto di esso, magari con logiche millenaristiche (che nulla tolgono ai doveri internazionalisti che ogni rivoluzione si assume nel suo divenire), senza al contempo dimostrarsi inadeguati allo scontro.



DELLA DIMENSIONE INTERNAZIONALE DELLO SCONTRO

Come scrissero le BR nella rivendicazione dell’azione di Aviano del 1993, “Intanto la geografia delle nuove alleanze e delle sfere di influenzaricalca quasi esattamente la disposizione delle forze dell’equilibrio europeo deflagrato nel ’14 con il primo macello mondiale di proletari causato dall’imperialismo. È in questo scenario che dobbiamo inserire nella valutazione della situazione italiana (…) per non ricadere in quella miopia teorica che spesso ha impedito di concepire da subito la nostra lotta come parte integrante dello scontro rivoluzionario a livello internazionale (…) I rivoluzionari occidentali non devono rinunciare alla lotta rimanendo su una linea difensiva data da concezioni idealiste, prodotte anche dalle sconfitte del Movimento Comunista Internazionale,e non possono demandare opportunisticamente e vigliaccamente ai popoli del Tricontinente la funzione di resistenza e di lotta antimperialista contro l’oppressione imposta ogni giorno

con crescenti massacri da una borghesia in doppiopetto.(…) nessuna riproposizione di linea politica rivoluzionaria nella metropoli è riproponibile ‘in un solo paese ed è concepibile al di fuori del quadro strategico degli interessi del proletariato mondiale. Le avanguardie che intendono misurarsi con i compitiimposti attualmente dalle difficili condizioni della lotta non possono che ripartire da questopunto, conquista irreversibile acquisita dall’esperienza ventennale delle Brigate Rosse. Oggi è la stessa posta in gioco che nuovo protagonisti e comparse delle scontro a tutto campo che agita la classe politica nostrana, ad indicareai rivoluzionari il rapporto tra antimperialismo e attacco al cuore della Stato. (…)

L’attività di direzione dei comunisti sul processo rivoluzionario, deve quindi tener presente la dimensione internazionale dello scontro, assumendosi la responsabilità politica di agire nell’attuale rapporto Classe/Stato ad essa collegato. Nel momento del crollo dei partiti borghesi e revisionisti, il processo concreto di costruzione del Partito comunista combattente si pone come base politicaattorno a cui si deve confrontare attivamente e verificare l’unità dei comunisti,nel rilancio e nell’avanzamento del processo della lotta armata.” BRIGATE ROSSE, Rivendicazione dell’azione contro la USAF-Base di Aviano del 2.9.1993



La repressione imperialista ha agito ed agisce a tali livelli di infamia, mistificazione ed attacco ad ogni fenomeno e movimento sociale che si muova contro i suoi interessi, che oggi assistiamo a fatti di cronaca di guerriglia, come la distruzione di Moschee musulmane in Iraq da parte delle forze di occupazione, come ieri dell’ambasciata cinese a Belgrado, e come dieci anni fa con le torture ai prigionieri somali, che sono assolutamente antistorici e retrogradi moralmente e politicamente a rappresentare una guerra senza confini in atto, mobile, tra le potenze imperialiste, i loro interessi, i loro eserciti e gruppi mercenari sovranazionali al loro servigio, e l’insieme dei popoli oppressi e del proletariato mondiale.

L’uso dei primi sequestri di persona, minacciati od attuati, contro i rivoluzionari (come l’ultimo in ordine di tempo nei confronti di due ex militanti, ricercati da vent’anni, in Egitto, e le recenti sparizioni in Italia negli ultimi anni), testimonia della follia del potere e del degrado di un diritto borghese che non ha più alcun interesse nemmeno per le apparenze.

Socialismo o barbarie, siamo già nella barbarie imperialista. Ma la lotta antimperialista e popolare e proletaria internazionale infuria. È il livello di forza pazzesco messo in atto dall’imperialismo a dimostrare che siamo giunti alla fase più matura della riscossa dei popoli che sta montando nella nuova ondata della rivoluzione proletaria mondiale.

In questo senso espressione di inadeguatezza è l’insieme della situazione del movimento rivoluzionario nel nostro paese, che sino a quando non farà completamente i conti con la sua Storia, non potrà porsi nella pratica all’altezza della situazione. Inadeguatezza che non è solo o principalmente il prodotto delle sconfitte tattiche inferte dalla controrivoluziona ma è il persistente prodotto della repressione anticomunista del revisionismo all’interno della classe operaia sin dal 1943 e forse anche da prima, nonché dalle idee e concezioni piccolo-borghesi, romanticiste e falsamente rivoluzionarie di cui è indicativa espressione la vulgata negriana e falsamente antagonista del super - imperialismo che giustifica ogni debolezza, infamia ed opportunismo nella “sinistra”.

Problema colossale che si traduce addirittura (e non da oggi bensì sin dalle prime espressioni di continuità rivoluzionarie ed antifasciste post-belliche) in ripercussioni negative e politiche sbirresche di infamanti spiate, differenziazioni e condanne calunniose (sortite da personaggi noti e assai esemplificativi della miseria culturale dell’opportunismo) di “estremismo” e “filo-brigatismo” verso organizzazioni e gruppi comunisti colpevoli solo di rivendicare con orgoglio parti od interezze del patrimonio del Movimento Comunista Internazionale. Che in Italia è stato come è noto stravolto culturalmente e politicamente da quarant’anni di egemonia sbirresca revisionista (rotta storicamente con la Campagna di Primavera del 1978 e l’adesione ad essa di tutto il movimento autenticamente rivoluzionario dell’epoca) nel movimento opraio del dopoguerra.

La dimensione internazionale dello scontro tra proletariato e popoli oppressi, e borghesia imperialista, è un dato acquisto sin dall’inizio della nuova crisi generale capitalista circa trent’anni fa.

In questa dimensione il livello di scontro è tale perché la borghesia si è posta in termini tali da impedire anche nei paesi cd. “sviluppati” e “democratici” al proletariato l’espressione politica della propria legittimità storica al governo della transizione economica politica e sociale al socialismo.

Questo significa che siamo entrati, con le nuove guerre imperialiste di aggressione, in una fase in cui la lotta tra proletariato e popoli oppressi da una parte, e borghesia imperialista, borghesie compradore e borghesie nere dall’altra, si compie a 360° e su pù fronti anche trasversali, come è esempio la politica della borghesia cinese che ha acquisito il controllo del PCC, politica allineata agli interessi capitalistici multinazionali ma significativamente contraddittoria alla politica dell’imperialismo USA, entro una dimensione in cui la borghesia non conosce più vergogna nel trascurare ogni residuo aspetto dei problemi connessi alla qualità della vita delle masse.

Pare di essere in un film di fantascienza, un capitale assassino che conserva un potente controllo sull’immaginario collettivo dei ceti pur “subalterni” ma allineati ai suoi interessi, ciechi di fronte ad una realtà cui cercano disperatamente di sfuggire, incapaci di unirsi alle masse operaie e proletarie.

Questo significa anche sul piano interno che alle finalità militari dell’imperialismo, perseguite sistematicamente nell’interesse delle supreme leggi dell’economia soggiogata da un falso apparente “mercato” agli interessi delle maggiori potenze economiche delle frazioni dominanti del capitale multinazionale, si aggiungono quelle di frazioni che acquistano sempre più rilievo (media, biologia, informatica) e che necessitano anch’esse della guerra per riprodursi nell’incoscienza delle società “civili” ed acquisire crescente potere. Ma non significa che le basi fondanti dell’analisi marxiana del modo di produzione capitalista siano superate. Cambiano le forme, non la sostanza.

A questa realtà, oggi come allora, fa da collante la condizione dello “stato di emergenza” permanente quale condizione da una parte di normale sopravvivenza degli istituti di mediazione e controllo sociale, e dall’altra di progressiva espropriazione della politica da parte dei poteri economici storicamente attestatisi e di quelli emergenti (che dimostrano sia lo svuotamento di significato dei parlamenti borghesi, certo meno democratici di quella Duma cui intesero partecipare i rivoluzionari russi d’inizio secolo, sia la progressiva centralizzazione e reciproca dipendenza dei singoli paesi europei alle politiche economiche, politiche e militari decise in sedi più ristrette).

Il tutto nell’interesse principale della borghesia imperialista oggi: tenere lontana dalla Politica la classe operaia !



DELLE LOTTE DI LIBERAZIONE NAZIONALE IN EUROPA E MEDITERRANEO

Cui è sempre più legato da dati di fatto oltre che dal posizionamento strategico storico dei loro popoli, l’interesse delle nazioni oppresse, anche nella “liberale” Europa di oggi: la cosa è palese ad esempio in Euskadi, dove la repressione e l’impedimento ai diritti di espressione democratica delle nazioni oppresse non si limita alle organizzazioni patriottiche popolari, demonizzate e calunniate dalle nazistoidi “liste nere delle organizzazioni terroriste” di U.E. ed U.S.A. (come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comado Generale, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, ed altre organizzazioni Palestinesi della resistenza, Euzkadi Ta Azkatasuna nel Paese Basco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ma va addirittura a colpire i loro partiti ed organizzazioni della solidarietà (come Hamas in Palestina, Herri Batasuna in Spagna, ed i partiti Kurdi in Turchia). Ciò accade anche in nazioni oppresse dagli Stati della “libera” Europa ove il conflitto è attestato su un piano non così sviluppato (Sardegna, Corsica) o dove è in corso un confronto tra diverse componenti (Irlanda del Nord).

Che ciò sia così evidente ancora oggi nel Mediterraneo, dimostra l’impotenza dei valori dei Diritti Umani (NOTA 3), strettamente connessi all’interesse strategico della liberazione della classe operaia dalle catene dello sfruttamento capitalista, di fronte allo strapotere della borghesia imperialista nella U.E. come negli U.S.A.

Lo dimostra per esempio la virulenza e voluta fretta elettoralistica in perfetto stile Piazza Fontana con cui il fascista Aznar ha calunniato E.T.A. nei giorni delle stragi di Madrid.

Euskadi costituisce una regione economica tra le più attive e ricche di risorse naturali della penisona iberica, soggiogata alla monarchia e repressa nel sangue dalla dittatura fascista franchista, ove la legittima esigenza di indipendenza nazionale e culturale è contrastata soprattutto dai formidabili interessi economici che si estendono anche ad altre aree del paese. Il contributo del popolo Basco alla lotta della classe operaia per la liberazione dalle catene dello sfruttamento, nelle miniere e nelle fabbriche, così come nella lotta antifascista repubblicana e nei decenni di resistenza clandestina, è stato prodigioso e significativo. La demonizzazione di E.T.A. e della lotta del popolo Basco è una espressione del nuovo fascismo europeo, stato di polizia politica continentale che prescinde dal colore delle forze politiche di governo.



DELLA LISTA NERA U.E. E DELL’ATTACCO AI POPOLI ED AI RIVOLUZIONARI COMUNISTI IN EUROPA E PAESI VICINI, DELLA RESISTENZA DELLE/I PRIGIONIERE/I E DELLA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA

Questo è evidente nel caso delle continue montature e provocazioni contro il Partito Comunista di Spagna (ricostuituito) che viene accusato di essere la stessa cosa dell’organizzazione antifascista dei GRAPO, sorta nel 1975 per accorciare il tempo all’agonizzante regime franchista e costituitisi nella continuità fascista del falso Stato nazionale spagnolo e monarchico, come struttura di guerriglia urbana contro il fascismo. Queste montature, che hanno visto la attiva collaborazione delle strutture controrivoluzionarie francesi, italiane e spagnole, si è articolata nella negazione del diritto di asilo ai comunisti spagnoli, e nella coniugazione processuale delle due diverse strutture del PCE ( r ) e dei GRAPO. La solidarietà che i compagni prigionieri rivoluzionari comunisti ed antifascisti spagnoli hanno sempre dato ai movimenti guerriglieri dell’Europa occidentale (soprattutto alla lotta dei prigionieri rivoluzionari della RAF in Germania nel 1988-1991) con gli scioperi della fame dei prigionieri (che hanno portato tra l’altro nel 1990 alla morte del compagno Martin Sevillano), è il più alto esempio continentale di solidarietà e fratellanza tra i Comunisti in Europa oggi. Per questo la mia scelta è stata quella di uscita dalla Piattaforma 19 giugno 1999 in sostegno alla difesa fatta da questi prigionieri rivoluzionari della loro identità politica e della autonomia della Piattaforma da una frazione estranea al PCE ( r). È stata una scelta giusta, per quanto costosa perché volutamente speculata dalle forze controrivoluzionarie, e per quanto non si sia ancora giunti ad una nuova definizione di solidarietà tra noi prigionieri rivoluzionari europei, perché si è trattato di una scelta sui principi fondativi stessi della Piattaforma, che è stato il più alto esempio comunque, al di là delle specifiche e fondamentali lotte dei prigionieri rivoluzionari in Turchia e Palestina, di solidarietà e fratellanza, che continua comunque nella resistenza, tra i prigionieri rivoluzionari in Europa. Una esperienza che la canea reazionaria doveva combattere, come ha fatto, soprattutto dopo la “Lista Nera U.E.” del maggio 2002, impedendoci le nostre comunicazioni epistolari, nonostante la censura, tra noi prigionieri rivoluzionari europei, portando in isolamento e sotto tortura molti di noi (dalla Spagna alla Francia all’Italia), e cercando così di isolare ancor più le lotte esemplari delle/dei prigioniere/i Palestinesi (soprattutto quella delle prigioniere di Neve Tirza, tra le quali numerossime bambine, oggetto di un pesantissimo trattamento da parte dello stato nazista sionista, per la cui liberazione e difesa da questi torturatori si è iniziato a muovere un movimento di solidarietà sin dal 2002) e Turche/i delle organizzazioni rivoluzionarie Partito/Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo, (criminalmente colpita anche in Europa da “blitz” giudiziari allucinanti, in quanto secondo questi fascisti in toga sarebbe una “organizzazione terrorista”, quando è INVECE una organizzazione popolare radicatissima nel popolo turco che combatte in continuità storica con l’esperienza antufascista, rivoluzionaria ed antimperialista di Devrimci Sol (Sinistra Rivoluzionaria), “blitz” costruiti (come i primi pogrom antislamici in Italia) in maniera fascista e di criminalizzazione sinanche delle opinioni, -e che ha portato recentemente ad un salto di qualità nell’attività fascista dei ROS in Italia con la repressione dei compagni del Campo Antimperialista-), e delle altre organizzazioni maoiste e marxiste-leniniste e leniniste che hanno aderito alla lotta dei prigionieri rivoluzionari turchi iniziata nell’ottobre 2000 e cristallizzatasi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale con la strage dell’esercito e della polizia turca nelle carceri di massima sicurezza il 19 dicembre 2000. Lo sciopero della fame collettivo del 20-27 dicembre 2000 di quasi 40 prigionieri rivoluzionari europei di diverse realtà rivoluzionarie, aderenti alla Piattaforma 19 giugno 1999, è stata sinora la più alta espressione recente di lotta collettiva nelle carceri europee, e sono orgoglioso di avervi partecipato.

La forma di lotta dello sciopero della fame non è giusta o sbagliata, è una forma di lotta che va commisurata agli obiettivi politici e materiali che si propone, ed alla gravità della provocazione e dell’attacco che si subisce.

Nel caso dei rivoluzionari del DHKP/C, esso è stato l’unica soluzione politica, così comem per altri partiti comunisti rivoluzionari principalmente il TKP/ML e il TKEP/L, alla negazione del COLLETTIVISMO su tutti i piani, esperienza avanzatissima di resistenza nelle carceri sin dagli anni successivi al golpe de 1980, che lo Stato fascista Turco voleva loro imporre con la chiusura delle sezioni organizzate per cameroni autogestiti dai militanti rivoluzionari, ove si divideva tutto, si studiava e costruiva maturità COLLETTIVA e si fraternizzava su ogni cosa, e l’apertura dei lager in stile occidentale definiti F-TYPE CELL, di progettazione italiana (come le ancor peggiori carceri di massima sicurezza peruviane).

Con la crescita della Rivoluzione Proletaria Mondiale nel Tricontinente, i nazisti dell’edilizia controrivoluzionaria europea hanno iniziato a fare nuovi affari in tutto nil Tricontinente.

LE CARCERI, COME LE CATENE DI MONTAGGIO, SONO UGUALI SE NON PEGGIORI ANCHE LI’. QUESTA, LA “MATURITA’” DEL MONDO CAPITALISTA OGGI. QUESTO IL LORO RISPETTO DEI “DIRITTI UMANI”. IL “RISPETTO” DI STAMMHEIN !

Gli scioperi della fame fino alla morte dei 300 e più compagni caduti in Turchia dal 1997 in poi, molti dei quali familiari in lotta all’esterno, sono stati l’unica alternativa alla morte etica ed identitaria che lo Stato fascista Turco, coperto dalla NATO, dagli USA e dalla vigliaccheria europea dei balletti delle “cesure” politiche sui diritti umani ma inadempiente politicamente, ha voluto imporre su consiglio degli strateghi controrivoluzionari, al movimento comunista turco, che era giunto alla fine degli anni 90, come anche il movimento di libnerazione nazionale Kurdo, ad un livello altissimo di maturità e sviluppo.

Anche per questo la Unione Europea di Schengen e delle Liste Nere dovrebbe vergognarsi di somigliare così tanto al nazifascismo pre-bellico europeo.

DELLA REPRESSIONE IN PALESTINA

La Palestina è una regione strategica economicamente e politicamente, e lo Stato xenofobo e “religioso” sionista è sorto per volontà angloamericana e per motivi di controllo e stabilizzazione imperialista dell’area, premiando significativamente il terrorismo delle prime organizzazioni sioniste (NOTA 4), con la “scusante” di un risarcimento storico alla popolazione europea di origini e religione ebraica (chissà perché pagato sulla pelle degli Arabi e non degli opportunisti inglesi e francesi di Monaco 1938, dei fascisti e dei nazisti delle leggi razziali e dei Pogrom e dello sterminio nei lager e nei campi di concentramento disseminati a migliaia in Europa centrale ed orientale), dando il via alla più orrenda dittatura religiosa non islamica dell’attuale capitalismo. Del resto analogo passo l’Europa imperialista non fece certo verso i Rom ed i Sinti. La cultura borghese, per ragioni storiche, ha progressivamente confuso il dramma dello sterminio etnico della popolazione ebraica con i contenuti di liberazione insiti nella lotta di liberazione della Resistenza Antifascista europea, sicché oggi assistiamo, ogni qual volta il popolo Palestinese pone con forza e sacrificio la sua rivendicazione di identità e riconquista della propria terra, all’ipocrita sfilza di distinguo propri della borghesia asservita in fin dei conti agli interessi storici delle sole multinazionali del petrolio: la discriminazione razziale anti-ebraica, storicamente perseguita dalla chiesa cattolica come da quella protestante, dalla dittatura zarista come dalla monarchia spagnola, viene dimenticata e addebitata alla cattiveria ed all’ “arretratezza” del popolo Arabo, come se questa non fosse dovuta esclusivamente a ragioni storiche, economiche, politiche e militari date dall’esito delle crociate e dalla egemonia ottomana affermatasi proprio a causa di queste. Dimentichi dell’esperienza Andalusa della dominazione musulmana, gli intellettuali al servizio della borghesia che detiene il potere nella “sinistra” del nostro paese, sposano la politica israeliana evitando accuratamente di definire Terrorismo l’attività militare, selettiva e non, portata avanti dall’esercito sionista e dal Mossad contro il popolo Palestinese e le sue organizzazioni di avanguardia, popolari e religiose. La Intifadah e la lotta di strada che quotidianamente ed inevitabilmente oppone i giovani e il popolo Palestinese alla distruzione sistematica della loro vita sociale e delle loro abitazioni, alla repressione ed alle stragi (3000 caduti in tre anni di questa seconda Intifadah), mantiene il carattere fondamentale dell’unità popolare contro la dittatura sionista e la sua politica di annientamento sistematico di un popolo. Il terrorismo di “israele” con le sempre più frequenti stragi di civili e di bambini, viene tollerato dai media occidentali, che invece enfatizzano le azioni di stragi di coloni e civili fatte da martiri delle organizzazioni islamiche, con il solito metodo dei due pesi e due misure. La lotta armata delle organizzazioni guerrigliere popolari (che da quasi 40 anni proseguono la lotta di liberazione, come il FPLP che è sorto 37 anni fa), ad esempio del FPLP-Comando Generale con l'attacco ad un convoglo USA nel novembre 2003, si esplica direttamente contro obiettivi militari e con metodi tipici della guerriglia che non mettono in gioco vite umane di civili, quando non a colpire il centro del potere come nel caso dell’azione del FPLP contro il ministro Zevi dopo l’assassinio con bombardanto del suo segretario nell’agosto 2000, ed è tesa a confermare la continuazione della lotta in ogni condizione, a rispondere ai quotidiani crimini dei sionisti contro il popolo Palestinese, e a sottolineare il rifiuto rivoluzionario ad ogni decisione arrendista che leda il diritto del popolo alla Resistenza. Ciononostante i bombardieri terroristi americani e sionisti si ostinano a voler dichiarare queste organizzazioni come “terroristiche”. In questo non si distinguono per nulla dai nazisti e dai fascisti, che con gli stessi toni sul “Corriere della sera” della repubblica di Salò definivano i patrioti ed i partigiani antifascisti. Non a caso oggi assistiamo schifati alla “visita” del vicepresidente del consiglio, post-fascista dice lui, che in “israele” accorre a benedire il maledetto muro, dopo aver verificato che il problema della “razza” ebraica (mussolini 1938) non sussiste più e che ora esiste il problema della “razza” islamica (Schengen); fatto che beninteso gli comporta una scissione nella seconda forza di governo, necessaria a rappresentare il necessario “equilibrio” del regime in Italia sulla pelle al solito dei popoli oppressi. Ma ben pochi esponenti dell’estabilishment europeo ad evidenziare la portata di questo muro, ben più alto e sciovinista di quanto non potesse essere “freddo” quello apposto a sua difesa dalla Repubblica Democratica Tedesca dopo i primi atti di provocazione dei servizi segreti americani nel 1961. Vogliono definire “democratiche” le loro cittadelle blindate ed asserragliate come forti medievali. Ma non sarà in questo modo che eviteranno il loro crollo: ciò che tengono fuori dalle mura, ricresce all’interno di esse.



DELL’ACCEZIONE “TERRORISMO”

Partendo dal fatto che bombardare da un aereo case e fabbriche, ponti e strade, è terrorismo, occorre ricordare che Lenin ammetteva il terrorismo solo come forma di reazione del popolo oppresso e quindi come arma della lotta rivoluzionaria, che nell’insurrezione trovava il suo sbocco decisivo. Con il tempo, si è iniziato ad usare questo termine in maniera diversa, utile in genere a chi comanda. Così il “Corriere della sera” nel 1943 definiva “terroristi” i partigiani, sostenendo la strategia del terrore nazifascista. Mentre “l’Unità” chiamava “guerriglia” le azioni partigiane. Oggi, l’appiattimento della lotta politica attorno alla borghesia e l’emarginazione delle masse dalla politica, ha determinato uno strapotere ed una omogeneizzazione delle stesse forme e contenuti della “cultura” dominante, in maniera certamente più marcata che non un secolo prima, il che è tutto dire, e questo nonostante la molteplicità e varietà di esperienze culturali e linguistiche che sul piano formalmente interclassista della società occidentale trovano espressione in forme sempre più atomizzate, inconcudenti e socialmente inutili perché prive di significativi passaggi nel senso comune di un vivere egualitario e libero.

Dal punto di vista storico, la parentesi precedente sulla situazione in Palestina ci permette di affrontare la questione politica e “lessicale” della definizione di “terrorismo”. Citiamo un periodico di un paese imperialista, “The Economist”, articolo “What is terrorism ?”, di pochi anni precedenti la schizofrenia di chi ha compilato le liste nere USA ed UE, cioè del marzo 1996:

Giugno 1914: a Sarajevo un ragazzo sale su una vettura e comincia a sparare. L’arciduca Ferdinando muore. Dopo

alcune settimane comincia la Prima guerra mondiale.

Anni quaranta: la Resistenza francese uccide i soldati delle truppe di occupazione dove e appena può.

Giugno 1944: a Oradour-sur_glane, nel centro della Francia, le SS tedesche si vendicano massacrando 642 abitanti.

Agosto 1945: l’aeronautica degli Stati Uniti lancia le prime bombe atomiche. Muoiono centonovantamila giapponesi, quasi tutti civili. Dopo pochi giorni finisce la Seconda guerra mondiale.”

(erano già in fase ultimativa gli accordi di resa giapponese all’URSS) “Quale di questi quattro avvenimenti è stato un atto terroristico ?” …

Se il concetto di terrorismo non è già affogato in una marmellata omnicomprensiva, ma significa ancora qualcosa, allora è possibile -anche se non molto praticato- tracciare due distinzioni. In primo luogo il terrorismo riguarda soprattutto il terrore. Non si tratta solo di violenza, il suo scopo specifico è il terrore.”

(come nel caso del controllo mentale totale via microchip sottocutanei, lo scopo dei torturatori è terrorizzare la vittima, costringerla alla pazzia od alla resa)

In secondo luogo la violenza è rivolta specificamente contro i civili.”

Ammettendo queste definizioni, il terrorismo classico, ideologico più che territoriale, riserva alcune sorprese. Nei decenni scorsi” … “la RAF” uccise “uomini d’affari di primo piano come (…) -direttori delle due maggiori banche tedesche, rispettivamente la Deutsche e la Dresdner). In Italia le Brigate rosse uccisero Aldo Moro, ex presidente del Consiglio. Nello stesso paese, l’estrema destra fece saltare nel 1980 una bomba nella stazione di Bologna uccidendo 84 persone. Quale di queste azioni è qualificabile come terrorismo ? Verosimilmente solo la terza. Quello fu un atto di violenza indiscriminata per terrorizzare il maggior numero possibile di cittadini. Gli altri furono assassinii mirati (…)”.

Da quando gli USA sono stati per la prima volta bombardati l’11 settembre (con un sistema barbaro ma simile nei mezzi a quelli utilizzati dagli anni quaranta in Europa dagli USA, e che ha dato la morte anche ai viaggiatori terrorizzati di aerei civili che forse avevano capito la sorte che li attendeva prima dell’atto fatale), l’occidente ha schizzato di testa, ossia ha dimenticato il diritto, la giustizia, il rispetto dei prigionieri, ANCHE sul piano formale, così come le convenzioni politiche e lessicali del passato. Gli avevano pestato i piedi, a casa loro, ai padroni del mondo.

Da persone equilibrate e modeste, umili e materialiste, i sinceri comunisti non possono accogliere gli scatti di nervi dei più grandi terroristi della storia, i dirigenti delle lobbies economiche e dei potentati multinazionali degli USA, i loro generali e comandanti dei servizi più sporchi che operano nel pianeta, la NSA e la CIA.

Da parte mia non posso non rilevare una differenza sostanziale tra chi bombarda dal comodo sedile di un aereo da guerra del costo di centinaia di milioni di dollari, e chi dà la morte morendo egli stesso, in nome di una patria occupata da potenze straniere. Tutto qua. Una questione di mera giustizia, di equilibrio nella interpretazione storica degli eventi.

Da sempre, gli imperialisti che hanno seminato vento, hanno raccolto tempesta. La più grande forza del mondo sono le masse, e la Palestina ne è un esempio lampante e fulgido, che ci offre la via della liberazione, prospetticamente e quotidianamente, in una lotta di popolo che è stato storicamente l’occidente capitalista a spingere alle forme estreme in cui si rappresenta.



DELLA REPRESSIONE NELLA TURCHIA RETTA DA GOVERNI FASCISTI SIN DAL GOLPE DEL 1980

In Turchia, paese asservito militarmente e strategicamente agli U.S.A., ma che l’Europa vorrebbe coinvolgere dietro una parvenza di democratizzazione formale a cui non corriponde in realtà alcun cambiamento democratico e di rispetto verso le minoranze nazionali (tanto che l’ambasciatore turco a Roma rifiuta ancor oggi il giudizio della storia sul genocidio del popolo Armeno durante la I guerra mondiale), la repressione dell’esercito e della polizia, nonostante i cambi di governo anche significativi, da Susurluk in poi, non ha subito alcun ridimensionamento, sia nella repressione sociale che in quella civile (un censimento militare all’anno) che politica. Nei confronti dei prigionieri rivoluzionari e dei loro familiari, la cui lotta perdura con un costo in vite umane altissimo per un paese che si pretenderebbe “europeo”, e che contende all’Italia il primato di sentenze di condanna di violazione dei diritti umani da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, i massacri e gli impedimenti anche alla semplice espressione della libertà di opinione all’Associazione dei Familiari dei Prigionieri Politici (Tayad) continuano senza che nessun paese europeo né forza politica istituzionale nel nostro paese con la sola eccezione di alcune rare prese di posizione dei neo-revisionisti e di alcuni democratici, abbia checché da ridire. Il modello delle carceri di isolamento per i prigionieri rivoluzionari delle organizzazioni marxiste, marxiste-leniniste e maoiste espressione della classe operaia e del proletariato turco e kurdo, oramai si va imponendo come “standard” di provenienza occidentale (il progettista è un ingengnere toscano) ove si attua l’annientamento silenzioso e vile dei rivoluzionari. A questo si aggiunga che l’appoggio esplicito alla “distruzione” del P.K.K. dato recentemente dagli U.S.A. alla Turchia è la dimostrazione che gli “equilibri” voluti per il Medio Oriente dalle potenze occidentali (in particolare Gran Bretagna e U.S.A., ma anche la Francia, con i dovuti distinguo di comodo del suo imperialismo) sono del tutto estranei al riconoscimento del diritto alla autodeterminazione ed autodecisione delle nazioni. Nel caso della lotta di liberazione del Kurdistan, in Iran appoggiata dalla Francia ed in Iraq dagli U.S.A. (dopo un primo periodo negli anni ’60 di appoggio alle stragi volute dai regimi iracheni), la Turchia assurge al ruolo di potenza regionale “intoccabile”, come “israele” del resto(di cui non a caso è alleata militare ed anche strategica con l’esproriazione dell’acqua ai paesi arabi) sicché la lotta del popolo Kurdo in Turchia non a caso ha pagato e paga prezzi altissimi proprio a causa della propria collocazione politica e di classe nonché delle sue alleanze. Non a caso abbiamo l'accordo politico internazionale nel 2004 tra il regime fascista turco e gli USA per combattere il KADEK (nuovo nome preso dal partito che per lungo tempo ha guidato la guerra di liberazione nazionale, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ideologicamente marxista-leninista, fino alla fine del secolo scorso quando la cattura del suo presidente ha spinto versio posizioni opportuniste all'epoca non seguite da una parte del partito e dell'esercito di liberazione del Kurdistan). Per questo il vigliacco allontanamento del patriota Abdullah Oçalan dall’Italia nel 1998 (che ha causato il suo sequestro da parte delle squadre speciali fasciste turche a Nairobi, ed il suo isolamento che tuttora perdura nell'isola di Imrali) è stato oltre che un atto politico contro la lotta del popolo Kurdo (strategica nell’area geopolitica e per i risvolti di progresso di cui è portatrice), un crimine contro l’Umanità ancora più grave simbolicamente dei bombardamenti su Belgrado e la Serbia, di cui il governo D’Alema dovrà rispondere prima o dopo alla Storia ed al Proletariato. Tanto più che dopo il suo allontanamento, chiesto a gran voce dai reazionari e concesso dai lanzichenecchi del governo D'alema, la magistratura italiana concesse effettivamente l'asilo politico al presidente Oçalan, che evidentemente NON SI VOLEVA in Italia, neppure detenuto (dove avrebbe potuto comunque vivere non isolato e con diritti ben diversi da quelli riconosciutigli dai fascisti turchi). Al confronto il regime craxiano (della cui onestà politica ha chiara memoria la classe operaia sin dall’ “accordo di San Valentino” del 1983) fu un governo “sovversivo” e matteiano di fronte alla “crisi di Sigonella” del 1985 in cui per una volta gli yankee non ebbero soddisfazione (NOTA 5).