INCENTIVI ALLE IMPRESE: I RISULTATI A TORINO E PROVINCIA

Il governo, lo annunciano tutti i maggiori quotidiani del 26 settembre, si prepara a varare una finanziaria da circa 10 miliardi che conterrà sconti fiscali sull’Ici per la prima casa e sugli affitti e, tra le altre amenità che saranno inserite nella legge di bilancio su pressione della destra della coalizione unionista, meno imposte per tutte le imprese nonché rinvio ‘sine die’ della tassazione al 20% delle rendite finanziarie.

Questi ultimi provvedimenti si traducono nell’ennesimo regalo che il Mortadella ed i suoi accoliti fanno ai padroni: siccome però le entrate dello Stato qualcuno le deve pur garantire, è gioco forza che saranno i proletari a subire il salasso che l’esecutivo cercherà di far passare come “incentivi alla ripresa economica”. La storia, anche quella più recente, insegna che i padroni non sono mai contenti, che vogliono sempre di più dallo Stato, e come arma di ricatto usano la delocalizzazione della produzione nei paesi in via di sviluppo, dove il costo del lavoro è nettamente inferiore a quello italiano.  Se si guarda a quanto è successo in Piemonte, e soprattutto a Torino, negli ultimi anni, nonostante gli incentivi a pioggia erogati dai vari governi ai padroni per ‘aiutarli’ (poverini, loro sì che hanno bisogno dell’aiuto statale per tirare avanti: con i soli milioni che estorcono come plusvalore ai loro dipendenti non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese!) si comprende che questo sistema non può funzionare.

Se è vero che la Fiat si è ripresa dopo anni di stagnazione grazie agli incentivi statali (vedi le reiterate campagne di rottamazione, ma anche la Cig che, è bene ricordare, è pagata dalle tasche di tutti gli italiani, e quindi anche dagli stessi operai che ne usufruiscono), quali sono le condizioni in cui versano le altre aziende del tessuto industriale, e soprattutto: di chi è la colpa di questo stato di cose?

Alcuni esempi sono paradigmatici del malfunzionamento di questo sistema.

Le carrozzerie Bertone, un tempo vanto dell’industria automobilistica piemontese, nonostante il massiccio ricorso - nel corso degli anni passati - alla Cig sono sempre più vicine alla chiusura dell’attività, visto che la Fiat, principale committente dell’industria in questione, non concede più commissioni preferendo rivolgersi altrove; ci sorge il dubbio che Cordero, Marchionne ed i loro corrèi preferiscano avere i 1.500 operai della Bertone come esercito industriale di riserva, per poter meglio ricattare i propri dipendenti e così spremerli ancor di più per estrarre da ciascuno di loro una quota maggiore di plusvalore.

Un altro esempio è quello che ha visto protagonista, nel giugno dell’anno scorso, i lavoratori della multinazionale yanqui Eaton, impegnati in una vertenza con l’azienda per scongiurare la chiusura del sito produttivo di Rivarolo Canavese; nonostante l’impegno della società civile a fianco dei lavoratori (si veda in proposito l’articolo sul 30 giugno 2006 sul sito www.linearossage.it) il risultato è stata una sconfitta: sito chiuso, parte dei lavoratori in mobilità, qualcuno di essi spostato nello stabilimento di Bosconero, sempre nel Canavese, e l’azienda ha delocalizzato altrove la produzione, dove meglio può sfruttare le maestranze e dove estorcere loro maggior quota di plusvalore.

Diversa è invece la storia che riguarda la fabbrica chimica Liri, che ha due siti in provincia di Torino, a Nichelino e a Ponte Canavese, per un totale di circa 350 dipendenti: nel gennaio di quest’anno, improvvisamente, la proprietà si è resa conto che non era in possesso delle liquidità per pagare gli stipendi agli operai ed ha informato gli stessi - tre giorni prima che dovessero ricevere il sudato compenso per il lavoro svolto - che avrebbe versato loro un anticipo ed avrebbe provveduto poi a saldare le spettanze entro marzo; ne è seguita una agitazione che ha portato al solito pateracchio: sei mesi di Cig a rotazione per i dipendenti... e il padrone continua a fare profitti, mentre gli operai pagano la Cig tramite le trattenute in busta paga.

Tra le altre vertenze che hanno luogo sul territorio, c’è l’esempio della multinazionale danese Danfoss - che produce termostati per frigoriferi nello stabilimento di Trofarello - che ha deciso di chiudere la fabbrica, in cui lavorano 90 persone, per delocalizzare la produzione in Slovacchia: le RSU protestano e non accettano la Cgis - per cessata attività - che dovrebbe partire dal 29 ottobre;

Ivano Franco della Fiom commenta che «pare proprio che i danesi siano interessati al ‘mordi e fuggi’ della globalizzazione, senza minimamente preoccuparsi dei danni che questa comporta nel tessuto industriale e sociale× (“il Mercoledì” 26 settembre, pagina 5).

Dallo stesso settimanale della cintura sud di Torino veniamo a conoscenza che la proprietà della Ages, azienda metalmeccanica di Santena che produce stampi in gomma e plastica, ha richiesto un terzo anno di Cigs «per ristrutturazione aziendale ed ha individuato in settanta unità i lavoratori da mettere fuori produzione. Le iniziative di protesta (da martedì i lavoratori si fermano due ore per turno, n.d.a.) si programmano giorno per giorno. Allo sciopero aderisce il 100 per cento degli operai», dichiara Gennaro De Martino delle RSU aziendali.  Questi sono solo alcuni dei risultati raggiunti, a Torino e provincia, grazie agli incentivi alle imprese: è l’ora di organizzarsi per dire basta a questo sistema globale che funziona solo per permettere maggiori profitti ai padroni sulla pelle dei lavoratori.

Per questo è essenziale l’autorganizzazione di classe, nell’unico vero sindacato dei lavoratori: lo SLAI Cobas per il Sindacato di classe.

Stefano Ghio

Torino, 26 settembre 2007